Alla scoperta di Santo Stefano Belbo, paese natale di Pavese nei cui dintorni lo scrittore piemontese ambientò La luna e i falò

Vigneti delle Langhe

Vigneti delle Langhe

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non es­sere soli, sapere che nella gente, nelle pian­te, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

In questo passaggio, tratto dal capolavoro La luna e i falò, c’è l’essenza di Cesare Pavese e del suo amore per i luoghi natii. Nonostante abbia trascorso gran parte della vita a Torino, le Langhe sono presenti in quasi tutta l’opera letteraria dello scrittore piemontese. Patrimonio Unesco – assieme a Roero e Monferrato – per i loro paesaggi legati alla coltivazione della vite, queste terre meritano assolutamente di essere visitate, magari partendo da Santo Stefano Belbo, il borgo natale che fa da sfondo alla trama dell’ultimo romanzo di Pavese.

Santo Stefano Belbo

Santo Stefano Belbo

“Il Cavaliere era il figlio del vecchio Cavaliere, che ai miei tempi era il padrone delle terre del Castello e dei diversi mulini e aveva perfino gettato una diga nel Belbo quand’io ancora dovevo nascere. Dalla piazza si vedeva perfino la collinetta dove aveva i suoi beni, dietro il tetto del municipio, una vigna mal tenuta, piena d’erba, e sopra, contro il cielo, un ciuffo di pini e di canne”.

Dell’antico castello citato da Pavese è rimasta solo parte della torre, ben visibile dal centro del paese dove, in piazza Confraternita, ha sede la Fondazione Cesare Pavese. Nato nel 2004, l’ente persegue l’obiettivo di divulgare, valorizzare e diffondere l’eredità umana e culturale del grande autore.

Al primo piano del palazzo è ospitato il Museo Pavesiano che custodisce manoscritti originali, libri e oggetti personali dello scrittore. Il percorso espositivo si snoda su più sale e prevede un’installazione interattiva e una serie di video-proiezioni sui luoghi e sulla vita di Cesare Pavese. Dopo un’immersione in quel paesaggio tanto amato dall’autore e aver appreso le sue vicende umane e professionali, l’itinerario prosegue nella sala, forse la più suggestiva, interamente dedicata ai Dialoghi con Leucò. Qui si trova la copia originale del libro su cui Pavese, prima di togliersi la vita, scrisse la celeberrima frase: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”. L’ultima parte del museo ospita una mostra dei fotografi Mario Dondero e Paolo Smaniotto con immagini dei luoghi in cui lo scrittore è vissuto: Santo Stefano Belbo e le Langhe, Torino, Roma, Brancaleone Calabro, Casale Monferrato, Serralunga di Crea.

Adiacente all’edificio vi è la Chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo, dove Pavese venne battezzato. Sconsacrato e a lungo abbandonato, alla fine del secolo scorso il tempio è stato recuperato e oggi è adibito ad auditorium. Al suo interno si possono ammirare cinque grandi tele di Ernesto Treccani ispirate da La luna e i falò.

Albergo dell'Angelo

Albergo dell’Angelo

Poco distante, affacciato su piazza Umberto I, troviamo l’Albergo dell’Angelo (nella realtà Albergo della Posta) dove Anguilla – il protagonista del racconto e alter ego di Pavese – soggiorna dopo essere tornato dall’America: “Di sera veniva all’Angelo e stavamo a prendere il fresco sul poggiolo della mia stanza. Il poggiolo dà sulla piazza e la piazza era un finimondo, ma noi guardavamo di là dai tetti le vigne bianche sotto la luna”.

A circa duecento metri la Chiesa parrocchiale del Sacro Cuore di Gesù. Sul suo sagrato Anguilla assiste a un acceso discorso del parroco contro partigiani e comunisti nato in seguito all’uccisione di due repubblichini: “Così sotto quel sole, sugli scalini della chiesa, da quanto tempo non sentivo più la voce di un prete dir la sua. E pensare che da ragazzo quando la Virgilia ci portava a messa, credevo che la voce del prete fosse qualcosa come il tuono, come il cielo, come le stagioni – che servisse alle campagne, ai raccolti, alla salute dei vivi e dei morti”.

Lungo la strada provinciale (lo “stradone”) che congiunge Santo Stefano Belbo a Canelli, si trova la casa padronale in cui, il 9 settembre del 1908, nacque Pavese.

Casa Natale Pavese

Casa Natale Pavese

La casa è al centro dei luoghi narrati ne La luna e i falò. Alle sue spalle si erge la collina della Gaminella dove è cresciuto Anguilla: “Mentre parlava, io mi vedevo Gaminella in faccia, che a quell’altezza sembrava più grossa ancora, una collina come un pianeta, e di qui si distinguevano pianori, alberetti, stradine che non avevo mai visto. Un giorno, pensai, bisogna che saliamo lassù. Anche questo fa parte del mondo”.

Dall’abitazione si scorge anche Moncucco, sulla cui sommità svetta il settecentesco Santuario della Madonna della Neve. Qui, il 4 agosto di ogni anno, prende il via l’accensione dei falò che punteggeranno tutte le colline circostanti.

Pavese rimase sempre affezionato alla casa natale, anche se ci visse pochi anni. Oggi l’edificio conserva numerosi suoi ricordi e documenti. Tra questi uno scambio epistolare con il giurista e uomo politico Piero Calamandrei in cui, velatamente, lo scrittore preannuncia la propria morte.

A circa un chilometro e mezzo, proseguendo lungo la provinciale 592, ai piedi della collina del Salto, si raggiunge il laboratorio di falegnameria di Pinolo Scaglione, l’amico Nuto: “La sua casa è a mezza strada sul Salto, dà sul libero stradone; c’è un odore di legno fresco, di fiori e di trucioli che, nei primi tempi della Mora, a me che venivo da un casotto e da un’aia sembrava un altro mondo: era l’odore della strada, dei musicanti, delle ville di Canelli dove non ero mai stato”.

Poco dopo ecco che si arriva a La Mora, la grande casa di campagna dove Anguilla va a servizio del sor Matteo e delle tre figlie Irene, Silvia e Santa. Qui l’atmosfera è molto diversa rispetto a quella del casolare della Gaminella: “La Mora era come il mondo… Era un’America, un porto di mare. Chi andava, chi veniva, si lavorava e si parlava…”.

Palazzina del Nido

Palazzina del Nido

Da La Mora si scorge un’antica villa nobiliare circondata da un grande parco: la palazzina del Nido.

Rimasta ancora intatta, nell’odierna frazione di Sant’Antonio, un tempo la villa era il fulcro della vita mondana dell’alta società: il Nido era “sempre acceso, sempre in festa”, vi arrivavano “belle donne, ufficiali, deputati, tutti in carrozza a tiro da due, coi domestici, e giocavano a carte, prendevano il gelato, facevano nozze”; “Su tutte le porte, in quella sala, c’erano delle pitture di fiori e per terra dei disegni di pietra, lucidi […]. Quando fui fuori rimpiangevo di non aver guardato meglio quella sala ch’era più bella di una chiesa”.

La visita dei luoghi pavesiani si conclude al locale cimitero dove, nel 2002, sono state trasferite le spoglie dell’artista. Sulla tomba una lapide in pietra di langa riporta un semplice epitaffio: “Ho dato poesia agli uomini”.

 

Visite con guide locali sono organizzate dalla Fondazione Cesare Pavese. Dal 9 al 12 settembre è in programma il Pavese Festival con importanti ospiti. Per informazioni: www.fondazionecesarepavese.it

Tutte le foto sono state fornite dalla Fondazione Cesare Pavese tranne “Vigneti delle Langhe” di Umberto Isman, tratta dal volume Il bel Paese. Patrimoni Unesco e banche di comunità, di Luca e Pepi Merisio e Luigino Bruni, Ecra 2018.